mercoledì 23 aprile 2008

food first

“Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri” (George Orwell, La fattoria degli animali)

La gente si ammazza nelle code per il pane, le repressioni dei governi sono metodiche. Silenziose e metodiche. Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, Madagasgar, Niger, Burkina Faso, Mauritania, Vietnam, Cambogia, Yemen, Messico. Il prezzo dei beni alimentari di prima necessità raddoppia in poche ore ad Haiti, del 50 per cento ovunque, in Sierra Leone del 300 per cento.
La Fame.
Il Nulla de “La Storia Infinita” sta divorando pezzi di pianeta: si salvi chi può. E chi può?

A fine febbraio il Financial Times aveva lanciato l’allarme, rimasto ovviamente inascoltato. Persino i telegiornali ci stanno raccontando pezzi di verità. Qualche goccia di fame mediatizzata alla settimana per ricordarci di quanto siamo fortunati noi, del nord del mondo. Una “crisi alimentare” che provoca “disordini”, “rivolte” e “proteste”. All’ultimo G8 se ne era già parlato, e lo spettro della “rivoluzione mondiale” già spaventava allora. L’ondata di povertà era prevista e prevedibile. Com’è possibile che stia succedendo?

Il petrolio sta iniziando a scarseggiare, costa troppo ed è troppo vincolato a una situazione geopolitica decisamente sfavorevole ai paesi occidentali, adesso e per i prossimi anni. Fidel Castro era stato limpido e profetico più di un anno fa. Il biodiesel crea fame. Ieri, a New York, davanti all'Onu, i presidenti di Bolivia e Perù Evo Morales e Alan Garcia si sono apertamente schierati contro i biocarburanti, sottolineandone gli effetti devastanti per le popolazioni più povere, completando la serie di capi di stato – per lo più di Sud o Centro America – contrari.

A questo si aggiunge la tremenda recessione che sta vivendo – o forse sta per vivere – il mondo occidentale, e di conseguenza il mondo intero, a noi legato a filo doppio. La crisi dei mutui dalle nostre parti non è niente in confronto a quello che è già successo e sta succedendo in almeno 30 paesi del Sud del mondo. I cosiddetti “paesi in via di sviluppo” servono a garantire che uno “sviluppo” sia ancora possibile per noi, ammortizzando le perdite del sistema. E se da noi il carovita divora stipendi con rincari anche del 30 per cento in pochi mesi su beni di prima necessità, nel sudest asiatico, in Africa e in Latino America la fame uccide, e alle misure economiche palliative non sufficienti si affianca la repressione. In Egitto è durissima: la polizia ammazza i manifestanti e attivisti e bloggers vengono dimenticati in galera (http://arabist.net/arabawy/). Il sostegno che si dà ai governi nella repressione delle rivolte è sia economico che mediatico. Persino l’autocratico regime egiziano di Mubarak ha più popolarità ora presso i media occidentali – compresi i nostri – che prima che le rivolte scoppiassero.
“In 30 Stati ci sono stati disordini per l’aumento del prezzo dei cereali. Di solito domanda e offerta hanno lo stesso andamento. Per i cereali non è così. Negli ultimi anni la domanda è cresciuta dell’8%, il prezzo è aumentato del 50%. E’ la globalizzazione dei morti di fame.” (Beppe Grillo). I più grandi produttori mondiali di riso come le Filippine sono costretti a importarne altro per affrontare la fame dilagante a causa dei prezzi impazziti. Sono stati tutti convinti a legarsi a filo doppio al sistema. Stanno cadendo per prima: ci attutiranno la caduta.

Non avrebbe senso se non funzionasse così. Un sistema studiato perché il Dio Mercato, puro si regoli da solo – benché gli faccia sempre comodo avere degli stati per “nazionalizzare le perdite”, mentre si “privatizzano i profitti” – non può che avere come conseguenza un mondo di squali. I meccanismi di controllo sono completamenti inadeguati, perché le corporation sono delle persone giuridiche, e più che a persone assomigliano ad anguille. La fame ammortizza le perdite e, creati i precedenti, anche i rischi delle speculazioni private, la guerra crea capitale. E ora il virus della guerra privatizzata è entrato in circolo. Questo non è un sistema capitalista, ma corporativista. “Le sue caratteristiche principali sono enormi trasferimenti di beni pubblici a privati, spesso accompagnati dall’esplosione del debito pubblico, uno iato sempre più largo tra gli scintillanti ricchi e i poveri usa-e-getta e un nazionalismo guerrafondaio che giustifica spese illimitate per la sicurezza” (Naomi Klein, Shock Economy). Le ricchezze dei signori degli “hedge fund”, stanno crescendo in maniera esponenziale, in America avere un’agenzia di contractors (i mercenari che spopolano in Iraq) adesso vuol dire oro a palate. Tutto va secondo i piani. Non c’è niente di sbagliato nel sistema. È così che deve funzionare.

Qualcuno che si oppone c’è ancora. Privatizzare è facilissimo, nazionalizzare è impossibile se si vuole rimanere nel sistema. Solo i “governi dissidenti” sudamericani riescono ancora ad avere – o a riprendersi – il pieno possesso delle risorse del territorio nazionale. E dal Mend nigeriano (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger) ai maoisti nepalesi, chiunque si tiri fuori dal sistema è terrorista oppure non esiste. Quanti sanno che in Messico si sta combattendo in queste settimane la battaglia della vita? Il governo di Obrador vuole privatizzare la compagnia statale Penex, cuore dell’economia del paese, con una “riforma energetica”. È una mossa che assomiglia tanto, troppo, a quelle di Pinochet e dei generali argentini alla loro installazione. Enormi trasferimenti di denaro pubblico in tasche private. Il popolo messicano è in piazza a gridare: “E dov’è il tuo popolo, Obrador?”

“The World Food Programme is holding crisis talks to decide what aid to halt if new donations do not arrive in the short term”, scriveva qualche settimana fa il Financial Times. Donations? Ammesso che dovessero bastare, sarebbero sufficienti le donations (gli aiuti) per rattoppare voragini di crisi create dal libero mercato, quando lo stesso libero mercato si cura con soldi pubblici in caso di ingenti perdite?

Molti bambini alla domanda “se avessi il genio della lampada qua davanti a te, cosa gli chiederesti?” rispondono: “che finisce la fame nel mondo” oppure “che basta con la guerra”. Poi diventano grandi.

Il problema è che tutto questo è sotto i nostri occhi. Ci viene persino raccontato. Abbiamo tutti gli elementi per capire.
Solo che per la maggior parte di noi è inevitabile che sia così.



Invito chi volesse approfondire l’argomento a mettersi in contatto con me. AAA economisti cercasi.

giovedì 17 aprile 2008

Imbavagliati

Oggi si smette di sussurrare.

In parte era nelle mie intenzioni muovere i primi passi del blog con cautela, come avrete notato nei miei ripetuti – e disperati – appelli all’unione nell’“antiberlusconismo”. Ma la portata di questa débacle è inaspettata e terrificante. Innanzitutto perché solo se tutti coloro che sono rimasti senza rappresentanza – elettori de La Destra compresi – avessero votato PD, Veltroni avrebbe battuto Berlusconi alla Camera. Dunque l’antiberlusconismo non va più di moda. Ma non è questo che mi preoccupa.

La forzata americanizzazione della nostra politica è stato un ricatto pianificato nel quale siamo cascati tutti, chi più chi meno. Chi ha votato “utile” lasciando sparire la sinistra dal panorama politico italiano, chi ha pensato di farlo, chi non si è astenuto sentendo il voto – e soprattutto la paura di 5 anni di Berlusconi – come un dovere, una necessità. Non è forse la democrazia un continuo compromesso? Ci si chiedeva.

3 milioni 631 mila e 439 votanti non hanno una rappresentanza parlamentare alla Camera.
È forse questo un compromesso?

Certo lo è per gli 885 229 elettori de La Destra (687 211 al Senato), partito voluto, approvato e finanziato dal Cavaliere, fortemente radicato nelle realtà neofasciste, possibile braccio armato di un nuovo “regime” che un braccio armato ben più forte lo ha già: le ronde leghiste. E non è fantapolitica, non sono processi alle intenzioni: basta ricordarsi di Genova 2001.

Quello che si è compiuto sotto i nostri occhi è un genocidio culturale, che nel compiersi ha preso le sembianze di un suicidio politico di massa. Più di 3 milioni e mezzo di persone sono state risucchiate, ammorbidite e zittite da un forzato bipartitismo, fortemente voluto da una legge elettorale incostituzionale ma soprattutto indegna, un bipartitismo auspicato da un establishment che si è sentito attaccato da un circolo virtuoso iniziato dall’antipolitica, dagli attacchi alla “Casta”, ed è corso ai ripari.

2 milioni, 940 mila e 941 persone non hanno rappresentanza al Senato. La differenza fa pensare che i 690 mila e 498 di differenza siano in gran parte (dobbiamo tenere in conto anche il voto disgiunto) giovani di età compresa tra i 18 e i 24. Al Senato c’è inoltre la divertente anomalia di tutti gli elettori non siciliani dell’UDC – l’unico partito di centrodestra rimasto – cioè 1 milione 626 mila 714 votanti, non rappresentati. Persino i cattolici vengono richiamati nei ranghi del bipolarismo.

La febbre della democrazia, l’astensionismo, ha dato il suo prevedibile e inascoltato – prevedibilmente – segnale.
Il 3 per cento degli italiani ha accolto l’appello dell’antipolitica. Un milione e mezzo di persone si sono tolte la possibilità di essere rappresentati. Hanno semplificato le cose. Tantissimi sono giovani. Ci abbiamo parlato. Molti di noi hanno provato a convincerli ad andare a votare, tappandosi il naso, parandosi il culo. Ma senza grandi risultati. E il milione e mezzo di schifati si è aggiunto a quegli altri 8 milioni circa di aventi diritto che alle urne non ci vanno. Tendenzialmente mai. C’è ancora qualcuno che crede che “il tasso di astensionismo” crei qualche problema alla “casta”? Meno gente si toglie il diritto di parlare, meno si deve rendere conto alla gente. E se poi si semina già per il futuro, tanto meglio. Mio fratello di 15 anni, colpito dalla mia passione “politica”, mi ha detto allibito: “ma tanto è tutto uno schifo”.

Stiamo diventando un paese normale? Il nostro tasso di astensionismo era troppo anomalo, ora pian piano rientriamo tra le righe delle democrazie “to take away”. La formula facile. Tanto Berlusconi stravince al Sud grazie alle mafie, al Nord grazie a un partito separatista, populista e xenofobo (che oltretutto è bello incazzato con gli sprechi dei contributi nordici… mangiati dalle mafie), tanto Veltroni ha ormai deciso che bisogna fare opposizione morbida, ma a che serve litigare? A che serve quando è molto più comodo aspettare il proprio turno, lasciando che il nostro paese venga di nuovo fatto a pezzi, sezionato, spolpato, lasciando che si creino nuovi precari per rendere più appetibile il mercato del lavoro, che si aprano nuovi CPT, che si lascino impunite le ronde leghiste (diventeranno “forze istituzionali”? difficile dire no a tre milioni di elettori, vero?), che si inventino nuove leggi ad personam, nuove impunità. Il centro (bisogna ancora dire centro-sinistra?) aspetterà il suo turno, annuendo servilmente per la nuova legge elettorale, conscio del fatto che solo se tutti i non rappresentati in parlamento avessero votato PD, ora Veltroni sarebbe Presidente del Consiglio. Bisogna aspettare qualche decennio, per tornare al governo. Ma senza la sinistra radicale tra le palle è tutto molto più semplice.

Milioni di persone, a sinistra, non avranno rappresentanza né alla Camera né al Senato. Attivisti, giovani, precari, ecologisti, disoccupati. “Lasciarli fuori dal Parlamento mentre dentro ci sono un centinaio tra condannati, prescritti, indagati e rinviati a giudizio non è una buona idea”, scrive Beppe Grillo.

È la democrazia rappresentativa ancora credibile?

Sono tra di noi, si aggirano. Dieci milioni di persone che non esercitano il loro diritto di voto e per questo non sono rappresentate, altri 3 milioni si stanno chiedendo cosa fare. Aggiungiamo a questi almeno un altro milione di persone che ha ceduto all’appello al “voto utile” (basta confrontare l’11 per cento abbondante del 2006 e i malefici sondaggi con lo striminzito 3 per cento finale). Bisogna reinventarsi la politica e renderla credibile o inventarsi nuove forme di partecipazione?

Innanzitutto, occhi bene aperti. La nostra voce è ormai extraparlamentare. E parlo anche a chi non avrebbe mai votato a sinistra, ricordando le battaglie che a sinistra si combattono. In campagna elettorale l’ex ministro Martino ha parlato di Iraq. Tutti se ne vanno, il PDL ci vuole tornare? Dell’Utri vuole santificare i mafiosi e riscrivere i libri di storia. Berlusconi avrà di nuovo il controllo totale dell’informazione.
E tra pochi giorni è il 25 aprile. Festa della Liberazione e V-Day (libera informazione in libero stato) di Beppe Grillo a Torino. Forse vale la pena di fare un salto. Per capire cosa possiamo fare. Inoltre cercherò di organizzare qualcosa per il 25 sera.
Ma la cosa più importante da ricordare adesso è che la libera informazione c’è, e si chiama internet. Io mi impegno, attraverso il blog, a fornirvi settimanalmente spunti e informazioni vere, grazie a siti internet e blog come democracynow, youtube, attac, lavoce, e molti altri. Aiutatemi.

venerdì 11 aprile 2008

Resteremo vivi

In questi giorni torinesi ho lasciato che televisioni, giornali e dibattiti mi bombardassero di campagna elettorale, opinioni, editoriali, insulti, discussioni da bar, da circolo, da bus.

Vorrei che tutto sparisse per sempre, e per tutto intendo questa politica marcia, corrotta e bugiarda, questa Italia credulona, clientelare e vecchia. Disillusa e con le spalle al muro. E vorrei che dalle ceneri del tutto germogliasse un paese sano, pulito e onesto. Ma tutto questo non può sparire. Bisogna scegliere.
Io andrò a votare. In questi giorni sono apparsi sui principali quotidiani – e a più riprese su La Stampa – appelli al voto come “dovere”. La sola cosa che mi viene da rispondere è che il voto sarà anche un dovere, ma l’onestà e la trasparenza nei confronti degli italiani sono doveri – quelli sì – imprescindibili, semplicemente ignorati dalla nostra politica, dalla Casta. Io capisco, e in parte invidio, chi non andrà a votare. Chi andrà a protestare alle urne, si farà trascinare in questura, vomiterà il suo disprezzo. Chi semplicemente starà a casa a farsi divorare dalla rabbia, seguendo con spasmodica impotenza queste ore elettorali. Li invidio perché io non riesco ad assistere inerme a questa gigantesca pagliacciata.

Votare non è una questione di calcoli. Ma se anche lo fosse, sarebbe molto improbabile che uno tra PD o PDL vincesse in maniera netta sia alla Camera che al Senato. Ed è altrettanto improbabile che uno degli “altri” superi in più regioni l’8% (la percentuale di sbarramento) al Senato, offrendosi così come riempitivo per la governabilità. Lo scenario più probabile è il Grande Inciucio. Non che la previsione mi scandalizzi particolarmente, anzi. Il Compromesso Storico fu di ben altra portata.
Decifriamo però il Grande Inciucio: su cosa sarebbero in grado di accordarsi PD e PDL?
Gli interessi che hanno in comune i due pigliatutto hanno poco a che vedere con un’Italia migliore, non hanno niente a che vedere con l’Italia “che non arriva a fine mese”. Lasciamo pure la domanda in sospeso. Una nuova legge elettorale? Forse uscirebbe dal cilindro, e la americanizzazione della politica italiana vivrebbe le sue ultime fasi. Due grandi partiti, pochissime differenze. Al momento i due programmi elettorali si somigliano, è vero. Eppure ricordiamoci che, solo per fare un esempio, ci sono tanti elettori della Sinistra Arcobaleno tentati dal voto utile, ogni tanto Veltroni deve ammiccare anche a loro. Ricordiamoci che gli attuali elettori del PD erano fino all’altroieri elettori di centro-sinistra, non possono ingoiare il boccone tutto insieme, non possono risvegliarsi un mattino ed essere elettori di centro. Anche se lo sono già.
E soprattutto, ricordiamoci che questa “semplificazione forzata” del nostro mosaico di partiti è stata sì, in parte, un circolo virtuoso, che ha in primo luogo eliminato i panni sporchi che avevano passato il limite della decenza (leggi Mastella) e reintegrato quasi tutti gli altri sotto mentite spoglie, ma è stato soprattutto un deciso balzo a destra (dov’è il centro rispetto alla sinistra?) di TUTTA la politica italiana. Non c’è stato un avvicinamento reciproco, è fondamentale non dimenticarlo. Anzi: come ho già avuto modo di sottolineare, Berlusconi (candidato premier) ha letteralmente scavalcato Fini – e il suo passato nero – creando e finanziando la nostra nuova realtà neofascista, La Destra, che, benché non faccia troppa paura a livello nazionale (anche se credo che ci stupirà), nelle realtà locali (leggi Roma, ma non solo) è la base popolare del PDL, nonché il suo braccio armato.
In questo contesto, votare PD è votare un po’ anche Berlusconi.
Dico questo con la morte nel cuore, perché anch’io sono stato, a tratti, affascinato dagli slogan dovutamente svuotati di senso del PD, anch’io ho amato il “io non sono figlio di nessuno e voglio avere delle opportunità” di Veltroni, anch’io in alcuni momenti ho creduto in questo ibrido nato per fare il colpaccio. Ma la realtà è diversa.

Mi sembra giusto, dal momento che molti di voi mi hanno letto in queste settimane, dirvi come la penso. Io invito chi voterebbe PD a votare Di Pietro. In un paese normale, in una democrazia sana – ma ne esiste una? – Italia Dei Valori non esisterebbe – e comunque “non esisterebbe” ma a destra –. A casa nostra sono proprio quei valori che non esistono. Pensate che Di Pietro è l’unico politico appoggiato dalla cosiddetta “antipolitica” di Grillo. Di Pietro è intransigente, anche se in passato a volte non lo è stato abbastanza, Di Pietro è il primo – e forse l’unico – a volere una politica PULITA, onesta. Solo da lì il vostro bipartitismo – di voi che votereste PD – può ripartire. Ricordo che il “valore” che più ha legato sinistra riformista e sinistra radicale negli ultimi 14 anni è stato l’antiberlusconismo, non dovuto alla demonizzazione dell’avversario (benché qualcuno dei miei lettori creda questo) ma all’intollerabile legalizzazione dell’illegalità che ha rappresentato Forza Italia dal giorno della sua nascita. La politica non è la cura dei propri interessi, ma di quelli di tutti. E senza onestà non si va da nessuna parte.

Io voterò Sinistra Arcobaleno. Alla Camera e al Senato. Potessi ripulirla da un vocabolario vecchio di un secolo e mezzo, potessi accelerare le spinte di rinnovamento che la percorrono, lo farei. Ma non mi illudo, anche la Sinistra Arcobaleno è un ripiano dello scaffale politico che abbiamo visto crescere, invecchiare e ammuffire in questi anni. Ma io non mi perdonerei mai di aver abbandonato a sé stesso quel ripiano lì, dove c’erano le istruzioni per un mondo altro, per un’Italia diversa. La Sinistra Arcobaleno si nutre di esperienze e valori altri, che spesso è scomodo – anche se mai così realistico e attuale – nominare. Innanzitutto la decrescita. Accettiamola, rendiamola uno stimolo per una vita a misura d’uomo.

La Sinistra Arcobaleno lotterà. Per i diritti delle minoranze che saranno sacrificate nel nome del PIL, dell’identità nazionale, culturale e religiosa. E' l’unica sinistra che ci resta. O ripartiamo da lì, o il nostro tasso di astensionismo salirà, salirà, e, un giorno o l’altro ci accorgeremo – se ci rimarrà il tempo per accorgerne – che siamo spariti anche noi.

Ah, non mi sono rivolto a chi ha intenzione di votare il PDL.
Forse non mi resta che citare Sartre: “ogni popolo ha il governo che si merita”.

domenica 6 aprile 2008

Incontro e dibattito


“La Costituzione e il (non) voto”

MERCOLEDI’ 9 APRILE

al Caffé Basaglia
Via Mantova, 34

ore 17.45

Interverrà il

Professor Andrea Giorgis

Ordinario di Diritto costituzionale
nella Facoltà di Giurisprudenza
dell’Università di Torino.

A pochi giorni dalle elezioni abbiamo pensato di organizzare un incontro
dove potersi confrontare su tematiche quali:

astensionismo
voto utile
voto contro
…

Siete tutti invitati, inoltrate a chiunque possa essere interessato.

Carlo e Giacomo

Per informazioni:
333 2300584
349 7446735

martedì 1 aprile 2008

Lettera da Bucarest

Bucarest, città occupata per il vertice NATO.
"Ormai è da un anno che vivo a Bucarest. Una città molto complicata in cui vivere. Domani inizierà il vertice NATOIn questi giorni la città è blindata. Esistono strade riservate per gli addetti nato, e molte vie vi sono corsie riservate per il personale NATO.Sabato ci sono state le prove generali…….. Non ho commenti, più che prove generali mi sembrava di assistere ad una corsa automobilistica. Le macchine riservate alla Nato viaggiavano per le strade cittadine almeno a 200 km/h.Ci sono poliziotti in tutta la città, ogni metro quadrato è sorvegliato. La libertà individuale è abbastanza ridotta, ogni spostamento di persone sospette o turisti è controllato a vista dalla polizia o attraverso le nuove telecamere installate in tutta la città. Sicuramente è cosi in quanto nei miei spostamenti ho sentito le conversazioni dei poliziotti che si segnalavano a vicenda il mio passaggio. In centro dove ho la fortuna di abitare, le persone non possono affacciarsi dal balcone, in particolare visto che ho il balcone sulla una delle vie per il parlamento rumeno ho due bei poliziotti sul balcone opposto con fucili pronti a sparare. Con l’avvento della Nato almeno meta dei cittadini di Bucarest sono in vacanza in quanto molti si aspettano il peggio, le località turistiche sono tutte piene. Non è ancora iniziato il vertice ma già la metropolitana è stata ferma per 1 ora per un falso allarme di un pacco bomba se continua cosi si ipotizzerà il blocco della metro sino al termine del vertice NATO. Questo racconto non ha finale…….In quanto la fine sarà solo quando BUSH se ne ritornerà a casa sua e qui ritornerà il CAOS TOTALE."
A.T.

sabato 29 marzo 2008

Così non ci sentono

Innanzitutto vorrei scusarmi con i lettori per il lungo silenzio. Sono sommerso dallo studio, e ho lasciato un po’ il blog in balia di sé stesso. Lancio un veloce spunto.

Molti di noi non hanno ancora deciso se votare o no.
In tanti mi hanno detto “ma che senso ha andare a votare?”. Ho ricevuto una – giusta – critica per aver unito nel sondaggio “astensione”, “boicottaggio” e “scheda bianca”. Per molti, questo è scegliere. “Perchè astensionismo e scheda bianca (o meglio annullamento della scheda) non sono distinti? trovo che siano due cose profondamente diverse”. Anch’io trovo che siano due cose completamente diverse.
A parte il fatto che non è assolutamente chiaro il legame tra “schede bianche/nulle” e “premio di maggioranza” (invito chi avesse certezze al riguardo di condividerle), il voto non valido verrà “conteggiato”. Sarà un “non voto”.
Il boicottaggio. L’illegittimità di queste elezioni. Io seguo quotidianamente il blog di Beppe Grillo, divenuto ormai il simbolo della cosiddetta “antipolitica”. Peccato che così sia detta dalla politica, che non è molto credibile. E di italiani stufi, ma stufi marci, ce n’è davvero tanti. Immagino che la maggior parte di voi stia pensando a sé stesso. Non mi tiro fuori.
L’astensione è una disfunzione della democrazia dalla quale l’Italia è quasi immune, ed è proprio questo che voglio sottolineare. Boicottare oggi, cioè non andare a votare, non solo non servirà: non si noterà neanche. Siamo una delle democrazie con il più alto tasso di partecipazione al voto, dunque non sarebbe visto come un problema, anzi. Nei paesi con tassi di partecipazione ridicoli (leggi Stati Uniti, ma non solo), la politica non ha neanche bisogno di “consenso”, la politica viaggia a un livello superiore, non è controllata da nessuno.
Ora che l’“antipolitica” è così forte, che si riparla delle tasche gonfie dei deputati, che si chiede un “parlamento pulito”, che “gli italiani vogliono un cambiamento”, farebbe tanto comodo a tutti, là ai piani superiori, che gli italiani imparassero a guardare dall’altra parte. A non degnarsi nemmeno di scegliere il partito, visto che già non possono scegliere il candidato. Qualche decina di migliaia di italiani così sarebbe ossigeno puro per la nostra cara e vecchia “casta”, sarebbe stress che se ne va. Non deve essere divertente fare il politico oggi, in Italia. Tutti questi occhi puntati addosso. Inoltre, credo che anche i “voti non validi”, più visibili dell’impersonale “tasso di astensione”, sarebbero un’anomalia segnalata nei primi tg, e poi pian piano dimenticati, o sfoderati come arma elettorale alle prossime elezioni.

Penso che sia fondamentale continuare a esercitare il nostro diritto di scegliere anche in queste condizioni, anche se ci sentiamo presi in giro, perché siamo noi quelli a cui la politica dovrà rendere conto di quello che farà.

Detto questo, vi invito a guardare nella sezione Iniziative, “se vuoi boicottare il voto”, dove ci sono spunti interessanti per non votare facendosi sentire. Abbiamo bisogno anche di questo.

mercoledì 19 marzo 2008

Liberi di uccidere

L’opinione pubblica occidentale insorge, sdegnata. La repressione feroce attuata dal governo cinese in Tibet smuove gli animi. Si invoca il boicottaggio delle Olimpiadi. Il Dalai Lama interviene: “Quello in atto in Tibet è un genocidio culturale, ma non bisogna boicottare i Giochi Olimpici: i cinesi se li sono meritati”.

Un coro di proteste: “un paese che non rispetta i diritti umani non può ospitare le Olimpiadi.”

Eppure oggi bisogna festeggiare. È il compleanno di una guerra. Happy birthday, Iraq.

Il 19 marzo 2003 cominciava Iraqi Freedom. Sul conteggio dei morti si è discusso molto, ma sono tutti d’accordo che si parla di qualche centinaia di migliaia di vittime.
Irachene, beninteso.
Benché i “negazionisti” (iraqbodycount.net) non sappiano ancora contare fino a 90 000, la maggioranza dei calcoli indipendenti indica cifre che sfiorano, per eccesso o per difetto, il milione di morti. L’ultima stima dell’Oxford Research Bureau dice un milione e trecentomila. L’Opinion Research Business a febbraio ha ipotizzato un numero di caduti tra 940 000 e un milione e centomila circa.

Vorrei ribadire il concetto in cifre.
1 000 000.
Pensate a quante vite umane passeggiano tra queste 7 cifre. Inutile ricordare che la stragrande maggioranza delle vittime sono civili.

E inutile ricordare gli oltre due milioni di profughi creati da questo quinquennio di morte e distruzione, uomini e donne costretti a lasciarsi alle spalle una casa in macerie, e spesso costretti a una vita di miseria e/o prostituzione in paesi vicini come la Siria.

I caduti americani sono circa 4 000.

L’intersezione tra superprofitti e megadisastri sembra essere l’unica spiegazione logica di questa follia omicida.
Il controllo delle risorse, per il quale sono stanziati in pianta stabile 500 000 soldati americani nei cinque continenti, è un obiettivo che il governo americano non ha mai tenuto nascosto. A dicembre l’Iea (Agenzia Internazionale per l’Energia) ha reso noto che l’estrazione di greggio in territorio iracheno ha superato i livelli precedenti all’invasione angloamericana. Questo nonostante lo stato di instabilità del paese.
La necessità di restare con l’esercito in una zona ostile è un’altra ragione. Per quanto ritengo necessario evidenziare come la zona sarà sempre “più ostile”, fatto del tutto comprensibile se si considera che gli americani partecipano da decenni alla distruzione della regione, o di persona o come fornitori di materiale bellico.
Il business degli aiuti e delle ricostruzioni for-profit (ben illustrato da Naomi Klein nel suo “Shock economy”), per il quale ogni disastro è business – per cui tanto vale crearlo il disastro – è un’altra ragione.
Le spese militari: famigghia Bush e contractors, sono un altro buon motivo. L’ultimo libro di Stiglitz (premio Nobel per l’economia, autore del magnifico “La globalizzazione e i suoi oppositori”) “The tree million dollar war” evidenzia però come le altissime spese sostenute in questa guerra siano un fattore importante per l’attuale crisi finanziaria. E allora ci si inizia a chiedere dove cercare il vero perché di questa “sporca guerra”.
Enough is enough.

Eppure il topic Iraq, nonostante le previsioni, è completamente ignorato dallo sgarbato dibattito Obama - Clinton. Pur di parlare il meno possibile della patata bollente, Obama è arrivato a tirare in ballo – dopo lunga attesa – la questione razziale. Esprimendo oltretutto un punto di vista alquanto WASP (white anglo saxon protestant) sulla questione. Ma, per tornare all’Iraq, ancora una volta l’opinione pubblica americana è rimasta narcotizzata per anni. Forse non è poi così tanto bollente, questa patata.

Cade un’altra ricorrenza nel mese di marzo 2008: sono passati 40 anni dal massacro di My Lai (in Vietnam) di 504 civili reso famoso dalla rivista "Life", che, benché fosse solo un effetto collaterale dell’azione "Wheeler Wallawa" (uno sterminio di massa di B-52 diretti contro i villaggi), ebbe la potenza mediatica necessaria per dare una spinta decisiva – nell’anno e mezzo successivo – alla presa di coscienza dell’opinione pubblica nordamericana, che iniziò ad accodarsi ai movimenti pacifisti. Le manifestazioni di oggi sono forse il segnale di una congiuntura. Speriamo che le ricorrenze servano a qualcosa.

Benedetto XVI ha finalmente detto la sua sulla questione tibetana. Più che aver ceduto alle pressioni della comunità internazionale, è stato messo spalle al muro. “Con la violenza non si risolvono i problemi, ma solo si aggravano”, la sintesi del suo invito al dialogo.
Inoltre la settimana scorsa ha parlato, inaspettatamente, di Iraq. La morte di un vescovo gli ha ricordato il metodico massacro che è in atto da cinque anni.

Ritengo ingiustificabile la sanguinosa repressione in atto in Tibet in questi giorni. Ma è altrettanto ingiustificabile lo sbilanciamento dei media.
Nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno più volte bombardato il Corno d’Africa, uccidendo decine di civili sperando di colpire nel mucchio qualche terrorista. Qualche trafiletto sui giornali “partisan”.
Oggi un raid americano ha ucciso sei civili (tre uomini, una donna e due bambini) in Afghanistan, nella zona di Khost. Il portavoce dell’esercito statunitense ha riferito che i bombardamenti erano mirati a eliminare una milizia chiamata Bismullah. A quanto pare, l’obiettivo non è stato centrato.
Il recente scandalo Francia – Ciad è l’ennesima conferma delle mani sporchissime di sangue dei francesi in territorio africano, dopo la fornitura di machete per il genocidio ruandese. Genocidio vero, non culturale.
Le esternazioni di Martino che si è rimesso a parlare di truppe da inviare in Iraq in campagna elettorale non possono che lasciare allibiti. Dall’Iraq tutti se ne vanno, il PDL ci vuole tornare.
Gli Stati Uniti sono stato l’unico paese dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), lunedì, a non condannare la violazione della sovranità dell’Ecuador da parte della Colombia. Alcuni esperti hanno fatto notare in queste settimane quale sia la vera posta in gioco della crisi andina: una guerra regionale: uno stato satellite spalleggiato e equipaggiato dagli Stati Uniti (e Francia e altri governi occidentali) contro i tre governi “altermondialisti” che, non avendo negato il loro appoggio alla guerriglia FARC, saranno presto inseriti nella famigerata “lista” delle organizzazioni terroristiche. Governi poveri, con degli eserciti che fanno il solletico per giunta, ma ricchi di risorse. Tornerò sull’argomento, comunque in Colombia i mali da estirpare sono tre: i paramilitari, il governo Uribe e le FARC.
Le reazioni furibonde delle multinazionali occidentali alle nuove norme (che proteggono di più i lavoratori) attuate a inizio gennaio dal governo cinese, non lasciano spazio ai dubbi. I diritti dei lavoratori non vanno d’accordo coi profitti.

I diritti. Ah, i diritti.

L’espressione rogue state (stato canaglia) è stata coniata da Noam Chomsky. Indicava gli Stati Uniti, non l’Iran, non la Corea del Nord, non la Cina.

In questi giorni, la rabbia che ho provato per l’ingiustificato comportamento del governo cinese è stata sovrastata da una sensazione più forte. L’impressione di essere, persino quando scendiamo in piazza per una nobile causa, imbavagliati e con due lacrime rosse dipinte sulle guance, tante inutili pedine. E allora boicottiamo le Olimpiadi, se ha davvero senso, per quanto io tenda a identificarmi con l’opinione del Dalai Lama, che ha evidenziato come sia profondamente ingiusto punire il popolo cinese per la violenza del suo governo. E allora manifestiamo per la vita dei tibetani. E manifestiamo contro le FARC.

Ma restiamo sempre con gli occhi aperti, con il mouse che scorre alla ricerca delle vere informazioni, perché ogni volta che ci indigniamo dobbiamo saper vedere chi ci sta muovendo e le alternative. Non facciamoci risucchiare dal nulla.

L’idea del mio blog è un po’ questa. L’unica nostra arma, per il momento, è la parola.

venerdì 14 marzo 2008

Piovono mimose

Un lettore mi ha chiesto di smetterla con questa “campagna discriminatoria nei confronti di una persona unica quale BERLUSCONI”, e mi ha invitato a “esprimere dei valori e delle idee nelle quali ci si possa riconoscere”. Voglio innanzitutto ribadire l’importanza che hanno per questo “blog in progress” i vostri commenti, anche in forma privata. Incasso quando sono critiche e accolgo ogni suggerimento.

Come si può notare leggendo i post sulla Spagna, su Gaza, crisi andina e Russia, e seguendo quotidianamente la sezione “Ieri e oggi”, oltre che “Iniziative”, il mio interesse non si limita alla politica interna, anzi.

In questi giorni, per esempio, la situazione resta drammatica nella Striscia, in Iran si vota e in Tibet si muore, la crisi dei prezzi preoccupa tutto il mondo occidentale (da Bush alla BCE), i rapporti Chavez – Uribe vivono un momento di calma solo apparente, Al Quaeda fa avere sue notizie.

In questo momento decisivo per il nostro prossimo futuro, però, non è possibile distogliere lo sguardo dal Belpaese.

A casa nostra regna il “sense of humour”.

Il Cavaliere si difende dalla pioggia di critiche alla sua battuta rivolta a "una precaria” – ha un nome questa “precaria”? – alla quale, con il suo sorriso mummificato, ha detto di sposare il figlio di Berlusconi per migliorare la sua condizione economica. “Poveri noi, se cadessimo nelle mani di chi non ha sense of humour”, ha risposto seccato alle reazioni indignate. Un candidato alla Presidenza del Consiglio osa riferirsi a una giovane precaria dicendole di far leva sul suo sorriso per trovarsi un marito ricco?

MA STIAMO SCHERZANDO?

Forse in un paese scandinavo una frase del genere comprometterebbe la campagna elettorale del candidato. Persino negli Stati Uniti. Non nella nuova Europa “populista”. Qualche settimana fa Sarkozy, al salone dell’agricoltura, ha dato del “pauvre con” a un signore che non ha voluto stringergli la mano. “Povero stronzo”, per rendere l’idea.

Le donne continuano a essere pagate meno degli uomini, molte crescono ancora in sacche di ignoranza, in ambienti ai quali sono incatenate, spesso con molte meno opportunità dei loro coetanei. Pubblico una lettera apparsa il 7 marzo sul blog di Beppe Grillo:
La disoccupazione femminile in Italia riguarda il 46,2% delle donne in età lavorativa e ha due conseguenze fondamentali: impoverimento delle famiglie e bassissimi tassi di natalità.Senza occupazione femminile non c'è sviluppo per il paese, così la Commissione Europea che richiede all'Italia di arrivare al 60% di occupazione entro il 2010. Come reagiscono le Istituzioni Italiane, cosa suggeriscono i partiti di maggioranza? (da Umbrialeft) Il Pdl propone l’introduzione del “quoziente familiare” che andrebbe a tassare maggiormente il reddito delle mogli - che percepiscono meno del marito - e meno quello dei mariti, il Pd propone un incentivo al lavoro di cura gratuito attraverso una riduzione di aliquote fiscali sulle donne che possano “certificare”le spese di cura. Peccato che in entrambi i casi niente viene fatto per aumentare l’occupazione femminile, penalizzata proprio dalla cultura della discriminazione, dal peso dei lavori di cura gratuiti, dalla differenza dei salari a pari prestazione, dalla mancanza di flessibilità e in genere dalla tradizionale incapacità di partorire nuove strategie economiche per il paese.
Non è solo “un precario” quella ragazza della nostra età. È anche una donna. Che è stata insultata da un miliardario.

Intanto, la bufera Ciarrapico è arrivata alle orecchie del Partito Popolare Europeo, Juncker si è indignato: “Al Ppe non c’è spazio per i fascisti”. Gli opinionisti stranieri sono allibiti dai toni che la campagna elettorale del PDL ha ormai fatto suoi. Il Cavaliere ha strappato il programma del PD, tollera e protegge tra le sue linee un signore che si definisce “fascista”, manca di rispetto a una giovane precaria. Mercoledì un Berlusconi sommerso dai microfoni ha reagito nervosamente alle domande su Ciarrapico, inveendo contro i giornalisti: “Stavate sempre con loro [i comunisti]”, “vogliamo parlare degli scempi del comunismo?!?” e via dicendo.
Continuare la polemica mi sembra controproducente e fuorviante. Il lapidario commento di Di Pietro dovrebbe riportare la discussione su un altro campo minato: “Ciarrapico è innanzitutto un pluricondannato”.

Per tornare alla critica che mi è stata mossa, il primo dei valori che non può mancare in una cultura democratica è il rispetto. Perfino dell’avversario. Non dovrebbe essere permesso stracciare il programma elettorale dell’altro schieramento, candidare nel proprio schieramento un dichiarato “fascista”, e ancor meno insultare la dignità di una ragazza che riflette la situazione di centinaia di migliaia di sue coetanee in un paese con poche opportunità. E questi sono fatti dell’ultima settimana.

“Una destra populista può vincere le elezioni ma può difficilmente governare un paese”. Sono parole di Casini. La tempestiva risposta del Cavaliere è stata:

“Ciarrapico andava a braccetto con Casini.”

Forse dovrei avere anch’io un maggior “sense of humour”. È che proprio non mi fa ridere.

Nel prossimo post cercherò di distogliere lo sguardo dall’Italia.

lunedì 10 marzo 2008

La destra radicale

Zapatero ha vinto. Con limpieza.

“Che l’insulto non contamini il dibattito”, aveva chiesto il candidato socialista all’avversario la settimana scorsa. Rajoy non aveva accolto l’appello, dandogli ripetutamente del bugiardo.

A nulla è servita la strumentalizzazione del terrorismo basco, a nulla è servito il populismo demagogico di Rajoy, che la settimana scorsa è arrivato a lamentare l’eccessivo divario ricchi-poveri, pretendendo una “giustizia sociale” che non è certo appannaggio di una destra che si erge in difesa dei privilegi di pochi per privatizzare i profitti e nazionalizzare le perdite. E il terrificante “voto” dell’Eta non ha cambiato nella sostanza il voto degli spagnoli. Anche se ci si aspettava una vittoria più netta del PSOE, ieri l’Europa ha detto no a un ulteriore spostamento a destra. In Spagna e in Francia.

Oggi siamo tutti Zapatero.

Veltroni, Bertinotti e Boselli si sono contesi oggi il trofeo del più “zapaterista”. Risultano buffi, ma almeno il modello è positivo. Si ringhiano un po’ addosso, si fanno belli della luce spagnola. La situazione si fa surreale con le dichiarazioni di Calderoli: “In Italia Zapatero starebbe con noi perché qua c’è il riformismo”. E allora viene da chiedersi cosa sta succedendo. Capisco che in questo momento il socialismo sia l’abito che più si addice al centrosinistra e persino alla sinistra italiana. Anche l’UMP di Sarkozy è stato bastonato come si deve. E la feroce contrapposizione interna (e non nuova) della sinistra italiana non cade neanche a sproposito, visto che nei fatti le politiche di Zapatero si situano spesso a metà tra i programmi del nuovo PD e quelli, in ogni caso non dotati di una “organicità governativa” della Sinistra Arcobaleno. Anche perché in Spagna il bipartitismo incomincia a divorare punti percentuali agli estremi, ma in un processo sostanzialmente virtuoso fondato sull’inclusione e sulla scelta netta, e non sull’esclusione di un solo estremo, quello sinistro. Ma vedremo cosa ne pensano gli italiani. Il rischio che il “voto utile” diventi un voto “con il naso tappato” è ogni giorno più concreto.

Non è nel tentativo della sinistra di trovare dei punti di contatto con il socialismo spagnolo che è da individuare la falla del nostro sistema. È nel fatto che la Lega Nord, in teoria falange estrema di questo Popolo delle Libertà, rivendichi una vicinanza ideologica con Zapatero. Questa anomalia evidenzia un paio di problemi. Il primo è che mette ancora una volta in crisi la tanto invocata unità programmatica della destra, che di giorno in giorno si rivela più teorica. Il secondo riguarda la reale collocazione del PDL. Non sono stato certo io il primo a notare il brusco spostamento a destra del nostro panorama politico (nonché di quello europeo), in particolare nel mio primo post “Voto utile?” Molti analisti e giornalisti hanno rilevato questa realtà. La fresca vicenda Ciarrapico non fa che confermare questo strappo (o ricongiungimento?) con il passato. Fini prende le distanze, additando Berlusconi come responsabile: Forza Italia ha dunque scavalcato AN? La Destra di Storace deve ripensarsi in relazione ai suoi “nemici-amici” del PDL? O forse l’ha già fatto? Lo spostamento a destra progressivo e inarrestabile del centrodestra italiano inizia a far paura, soprattutto per i forti legami con le realtà neofasciste del territorio che Storace, Fini e Berlusconi mantengono e coltivano da anni. E, forse paradossalmente, il più preoccupato da questo sembra essere Fini.

In ogni caso, sabato Berlusconi ha voltato pagina. Bonaiuti oggi ha ribadito il concetto. L’invito ad “abbassare i toni” che era stato accolto a inizio campagna elettorale è presto dimenticato. Il “nuovo Cavaliere”, pacato e rispettoso, assomiglia sempre di più al vecchio. E anche molto a Rajoy.

Nei due dibattiti ero rimasto sinceramente impressionato dalle profonde convinzioni democratiche di Zapatero, che era arrivato a promettere un sostegno “sin condiciònes” alla politica del prossimo governo – socialista o populista – in materia di terrorismo. La moneta con cui è stato ripagato dall’avversario è stato il disprezzo, l’insulto.

Forse è questa l’unica analogia che lega il nostro confronto politico con quello spagnolo. Veltroni si è ripromesso di non rispondere alle provocazioni del Cavaliere, il quale ogni giorno si fa più agguerrito e intollerante. Vedremo come uscirà dalla vicenda Ciarrapico, vedremo se richiamerà nei ranghi la Lega, vedremo se arriverà qualche altra spacconata elettorale. Vedremo se saprà riportare i toni a una temperatura normale, ma ne dubito.
È solo un gesto, lo so. Ma la potenza comunicativa del significante risiede nel significato. In democrazia stracciare il programma dell’avversario è un affronto gravissimo. È uno schiaffo. È intollerabile. Non fa altro che confermare la deriva antidemocratica di questa destra, che ogni giorno si allontana da quel centro nel quale dovrebbe riposare l’equilibrio del bipartitismo che PD e PDL ci stanno facendo annusare. Una deriva che fa paura.



mercoledì 5 marzo 2008

Priapismi

Cento miliardi di promesse

“Il PDL fa promesse da 72 - 87 miliardi – il PD varia tra 19 e 28”.
Finalmente i giornali di domenica sono arrivati oltralpe.
Questi sono il titolo e il sottotitolo dell’articolo apparso su Il Sole 24 Ore del 2 marzo a pagina 5. Visto che sul blog e via mail mi sono arrivati molti commenti riguardo all’appetibilità (indubbia) del programma di Berlusconi, ritengo sia fondamentale citare la parte che riguarda la “partita fiscale”.

“Il Cavaliere punta a colossali potature. L’obiettivo è far scender dal 43 a sotto il 40% la pressione fiscale: ai dati attuali significa tagliare 52-53 miliardi. Il Cavaliere vuole eliminare l’Irap (pari a 33 miliardi se totale, e a 20 se calcolata solo su costo lavoro e perdite), poi le tasse su straordinari, tredicesime e quattordicesime che costerebbero una decina di miliardi. Quanto all’eliminazione Ici è noto che costerà 2 miliardi…”

In questo mondo senza adulti nel quale sto vivendo non mi è stato possibile trovare qualcuno con uno scanner, dunque sono impossibilitato a pubblicare sul blog l’articolo e le annesse tabelle, che ci mostrano come entrambi i candidati premier hanno dei programmi non coperti, ma con una differenza dai 68 ai 44 miliardi. Considerando che il programma del PD costerebbe in totale tra meno della metà e un quarto di quello del PDL.

Questa demagogia populista di Berlusconi è inoltre aggravata dalla sfrontatezza delle affermazioni (che oltretutto lo rendono ridicolo) degli ultimi giorni. Ammesso che ci sia ancora qualcuno che crede all’affidabilità dei sondaggi, Berlusconi, di fronte a questo “portentoso recupero” del PD, chiaramente seccato, in un comizio, ha sostenuto che evidentemente il PD utilizza “i falsi sondaggi”. Analogia con le sei volte che Rajoy ha dato del “bugiardo” a Zapatero nel dibattito di lunedì sera. E Veltroni, come il leader del PSOE, non risponde alla provocazione.

Per quanto io ritenga i sondaggi solo un pericolosissimo strumento politico e propagandistico per influenzare il voto degli “indecisi”, volendo anche credere alla straordinaria – per il fatto che non finisce mai di stupirci – affermazione del Cavaliere, sono fermamente convinto che sia ancora perdonabile il diabolico strumento dei “falsi sondaggi”, mentre delle false promesse, sinceramente, siamo tutti stufi.

Quo usque tandem abutere, Berlusconi, patientia nostra?

Vorrei inoltre ringraziare tutti i lettori che hanno mandato via mail un commento positivo, un ringraziamento, una critica o un consiglio al blog, e invito nuovamente tutti a partecipare attivamente sul blog stesso. Ricordo inoltre che sul blog ci sono i programmi dei cinque partiti principali.

lunedì 3 marzo 2008

Il 31 febbraio

Difficile sintetizzare in un post l’unicità e la potenza simbolica della prima domenica di marzo 2008. Difficile a volte avere lo sguardo attento, essere ricettivo, quando nel tuo paese, a casa tua, si sta giocando una battaglia decisiva, senza esclusione di colpi. Ogni parola è potenzialmente un coltello, l’opinione pubblica è una piuma pronta a svolazzare altrove appena cambia il vento, i sondaggi sono una spada di Damocle, il 15% della popolazione – così dicono i sondaggi… – decide nelle ultime due settimane! E intorno a noi il mondo cambia. Eventi travolgono altri eventi, lasciando solo un vago ricordo di quella che fino a ieri era stata la quotidianità di migliaia, o di milioni, di persone.

Medvedev in Russia sta stravince, e stravincerà. Nessuna sorpresa in questa notizia. Un abbondante 67, 4 e il 69,6 %, come previsto. Senza una vera opposizione, il coraggioso “dissidente” Kasparov costretto a cambiare piazza ogni manciata di minuti a causa della repressione, neppure il diritto lasciato a poche centinaia di persone di dire: “questa è una farsa”. C’è un nuovo zar sul trono della Grande Russia, parziale contrappeso della “lonely superpower”. Il delfino di Putin sembra essere il protagonista di una transizione solo formale: la sostanza resterà la stessa, e l’occidente si sta ormai abituando a Putin. Forse però non è tutto così prevedibile, così monitorabile: Putin chi era prima di essere Putin? Come dice Philippe Thureau-Dangin nel suo editoriale sul Courrier International, resta solo da sapere se Medvedev si accontenterà di “servire il vino” e di giocare a fare il brillante numero due ora che, visto il potere enorme che gli dona la Costituzione, potrebbe anche essere il numero uno. E non è una questione da poco.

La striscia di Gaza è probabilmente giunta al punto di non ritorno. “La giornata più cruenta nei Territori dopo la guerra del 1967”. Il raptus omicida che ha si è impossessato di Olmert ha sostituito la tecnica “chirurgica” utilizzata finora per le stragi israeliane: il devastante attacco che ha causato più di 100 morti in cinque giorni non ha precedenti, lo “sproporzionato uso della forza” denunciato da Europa e Nazioni Unite è l’antipasto dell’invasione della striscia annunciata da Israele. Straordinario il tempismo di Magdi Allam nel suo articolo del 1 marzo sul Corriere sulla “doppiezza dei giudizi” al riguardo di Hamas e il Pkk curdo, dove si lamenta della diversa considerazione mediatica data ai due fenomeni, visto che “si tratta di una comune battaglia della Turchia e di Israele per sconfiggere un terrorismo che colpisce spregiudicatamente anche la popolazione civile.” I razzi Qassam continuano ad essere praticamente innocui, e la risposta israeliana, sintetizzabile nell’indignazione di Olmert “è legittima difesa”, sono brutali e sanguinari attacchi che uccidono donne e neonati a decine. Inoltre, il vice-ministro della difesa israeliano, ha dichiarato ieri che “più i tiri di razzi Qassam si intensificheranno, più i razzi aumenteranno di portata, più la shoah alla quale si esporranno sarà importante, perché utilizzeremo tutta la potenza a nostra disposizione per difenderci”. È importante saper vedere, alla luce degli avvenimenti, la svolta ideologica e concettuale che implica l’utilizzo del termine shoah. Per la prima volta, inoltre, nella stessa giornata il Papa e l’O.N.U. invitano alla calma le due parti. L’occupazione ingiustificabile di Israele dei Territori non è più il punto in questione. Le recenti minacce di Bin Laden e Nashrallah suggeriscono che o si trova una soluzione ALL’ISTANTE o la zona calda diventerà incandescente, e di conseguenza ci troviamo davanti a un imperativo morale immediato per la comunità internazionale.

Il governo colombiano ha giustiziato ieri il numero due delle FARC, Raul Reyes, in queste settimane di grande scalpore mediatico intorno alla guerriglia colombiana e la sua “industria del rapimento”. Al di là delle opportune riflessioni che andrebbero fatte sulla realtà colombiana: paramilitari, FARC e governo corrotto a combattersi ettari di terreno e chili di coca, e al di là del fatto che questo atto di aperta belligeranza, in una guerra ormai più che quarantennale, stronca sul nascere un processo che sembrava avviato, con la restituzione di qualche ostaggio e un tentativo di dialogo, il fatto eclatante è che Raul Reyes, e gli altri 14 cadaveri, siano stati trovati in territorio ecuadoriano. In pigiama, “bombardati e massacrati mentre dormivano”, sottolinea con indignazione Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, e minaccia una reazione. Chavez non ha dubbi: l’esercito venezuelano è già schierato al confine con la Colombia. Truppe e carri armati. Forse l’equilibrio della regione è spezzato. Non è una questione territoriale, né economica. Bisognerà vedere chi si schiererà con chi, chi si offrirà di mediare, e chi invece soffierà sul fuoco.

Quello che è certo è che “la comunità internazionale” questa volta non può permettersi di fermarsi a pensare. Persino Al Fatah nella striscia di Gaza ha detto basta, Israele ha sostenuto che la vera offensiva arriverà col bel tempo, e guardando il termometro che si scalda continua a sterminare civili in nome della “legittima difesa”. Chavez e Correa si troveranno forse fianco a fianco, e questa volta non si tratta di un “braccio di ferro” economico contro le potenze neoliberiste e i loro fantocci, ma della minaccia di un conflitto, e si è comunque creato un precedente. La Russia, interlocutore obbligato a causa del suo diritto di veto alle Nazioni Unite e del suo stato di potenza energetica, ha cambiato voce. Ora bisognerà scendere a patti con Medvedev. Un’incognita.

La “comunità internazionale” deve reagire velocemente.

In tutto questo, un articolo de Il Sole 24 ore ha dimostrato come, per attuare il suo programma elettorale, il Popolo delle Libertà non abbia sufficiente copertura finanziaria: avrebbe bisogno di una cifra compresa tra i 72,6 e gli 87,7 miliardi di euro, contro i 33,3 miliardi di coperture che invece dovrebbe ricevere in condizioni normali. Purtroppo non vi posso proporre l’articolo dal momento che Il Sole 24 ore non l’ha ancora messo online, arriverà presto. Oltretutto Maroni ha dichiarato che la prima misura che la Lega imporrà al PDL una volta al potere, “al primo consiglio dei ministri”, sarà di lasciare il 90 % delle tasse “padane” in Padania. E, come ha notato giustamente Veltroni, il programma del PDL non ne fa menzione, dunque la tanto invocata unità programmatica è ora da dimostrare.

Per quanto riguarda gli argomenti toccati in questo post, questa volta, per ovvie ragioni, la rassegna stampa non sarà esaustiva. Inutile dire che questo blog ha bisogno dei vostri commenti come dell’acqua, se no non sarebbe un blog.

Buona settimana.

sabato 1 marzo 2008

L'equazione

Nel suo ultimo comizio, qualche ora fa, Berlusconi ha dichiarato: meno tasse = più consumi, più consumi = più produzione, più produzione = più posti di lavoro.
Questa serie di equazioni mi ha illuminato. Confesso di non essere mai stato un granchè in matematica, oggi è quindi una giornata rivelatrice per me. Aboliamo le tasse!!! Avremo i consumi alle stelle (ah, che meraviglia!), una produzione record, e lavoro per tutti, ma così tanto lavoro che saremo obbligati a fare uscire gli immigrati dai CPT per farci aiutare...
A proposito, i 400 "presunti evasori" del caso Liechtenstein sono dei precursori di una nuova era, dunque andrebbero premiati. Dopo il falso in bilancio, propongo che l'omessa dichiarazione e la dichiarazione infedele vengano rivisti alla luce di questa entusiasmante scoperta. Basta perseguitare gli evasori! Ogni evasore sta creando produzione e posti di lavoro, no? E più è ricco più consuma.
Una lettrice ha giustamente suggerito che sulla questione bisogna essere in grado di proporre una risposta di tipo culturale.
Vorrei che ogni lettore del blog provasse a definire la pressione fiscale, "LE TASSE", in una frase, meglio se di getto.
Dopodichè vedremo se è possibile una sintesi tra le diverse defnizioni. Un punto di partenza.

venerdì 29 febbraio 2008

La terra promessa

Vorrei invitare i lettori del blog a una riflessione sui due programmi.

Lungi da me credere che il Partito Democratico sia la risoluzione di tutti i nostri problemi, eppure ritengo che sia necessario anche essere in grado di chiamare le cose con il loro nome. Chiaramente, come sottolineato dalla Sinistra Arcobaleno e dalle frasi di Berlusconi che ci ricordano tanto la nostra infanzia: (“MA MI COPIAAAAAAAA”), ci sono notevoli somiglianze tra i due programmi. Io però vorrei soffermarmi sulle differenze.

Il PD si propone di controllare la spesa pubblica, la spesa primaria corrente è aumentata negli anni di governo della destra, mentre il governo Prodi ha risanato i conti pubblici, come ha dichiarato oggi Almunia, commissario Ue degli Affari economici. “Spendere meglio, spendere meno” dunque. Berlusconi, invece, sostiene di avere «consapevolezza della situazione difficile, italiana e internazionale. Speriamo - aggiunge - che non peggiori sotto l'influsso dell'economia americana. Appena avremo responsabilità di governo vedremo qual è lo stato conti pubblici, anche perché si è parlato di un tesoretto che non esiste». Speriamo??? Tutti gli analisti concordano sul fatto che l’influsso dell’economia americana non è un venticello passeggero ma qualcosa di molto più serio. “Appena avremo responsabilità di governo”? Una sensazione di déjà vu mi stritola le budella, mi ricordo della corsa al voto, nessun governo tecnico per cambiare la legge elettorale definita “porcata” dal suo creatore, e ancora: “alla fine della campagna elettorale farò ancora il contratto con gli italiani”, ha ripetuto oggi Berlusconi. Stiamo parlando di programmi elettorali o di “specchietti per le allodole”, per citare lo stesso Cavaliere, per strappare qualche voto ingenuo e arrivare facilmente al potere?

“Il pagare meno, pagare tutti” del PD, ridurre le tasse ai lavoratori dipendenti e autonomi che pagano troppo, non ha niente a che vedere con la riduzione della pressione fiscale attraverso «l'abolizione immediata dell'Ici sulla prima casa, premi e incentivi legati agli incrementi della produttività, una graduale detassazione delle tredicesime e degli straordinari» prevista da Berlusconi. Non sapevo che l’Italia avesse vinto una lotteria. Berlusconi, come il suo collega Rajoy sta facendo in Spagna, fa leva su uno scontento della classe media visualizzabile in una sola parola: tasse. Un amico mi ha recentemente mosso un’obiezione: “Ma il PDL abbasserà le tasse, dunque io lo voto”. E abolirà l’ICI, aggiungo io. Allora fai bene a votarlo. Quasi quasi lo voto anch’io, dai.

Berlusconi promette una detassazione senza precedenti, dopo aver già sostenuto che la lotta all’evasione fiscale frena i consumi. Saremo tutti esentati dalle tasse, prima o poi? E chi pagherà la sanità, l’istruzione, i servizi? Berlusconi non parla di ridurre i costi della politica, di alleggerire il sistema burocratico, di ridurre gli sprechi, non fa altro che promettere riduzioni, immemore del fatto che l’ultimo quinquennio che gli italiani gli hanno affidato ha creato quasi sette milioni di nuovi poveri.

Andiamo avanti: il nono punto del PD è «la lotta alla precarietà, la qualità del lavoro e la sua sicurezza». Per Veltroni «la sicurezza sul lavoro è un diritto fondamentale della persona umana, che non può essere comprato e venduto a nessun prezzo». E questo immagino valga per tutti gli italiani, 1000 morti all’anno sul lavoro sono un insulto a una società industriale, sono un insulto ai valori dei quali andiamo fieri e che ci permettiamo di voler esportare. Quanto ai giovani precari, il PD propone una retribuzione minima di 1.000 euro mensili.
Il PDL, dal canto suo. prevede «un periodo di no tax assoluto per giovani che iniziano nuove attività imprenditoriali», lasciando nel silenzio la grande problematica del mercato del lavoro. Non ho la presunzione di ritenere che gli imprenditori non abbiano diritti, anzi, e non mi sembra che il PD chiuda gli occhi dinnanzi alla categoria, come ha dimostrato la grande polemica scatenata da Bertinotti sulla candidatura di Matteo Colanino. Ma ignorare il problema della precarietà, della qualità del lavoro e della sicurezza è un peccato imperdonabile.

Sorvoliamo la solita frase a effetto di Berlusconi sul nucleare, che va a braccetto con l’abolizione dell’Ici: sono le esternazioni che rendono il Cavaliere un personaggio simpatico e gradevole persino ai suoi “nemici”.

Giustizia e legalità. Ricordando le parole di Napolitano, Veltroni dice «che da troppi anni c'è uno scontro nel Paese sulla giustizia e tra politica e magistratura. Proporremo norme innovative per la trasparenza delle nomine di competenza della politica. Nel nostro ordinamento inseriremo il principio della non candidabilità in Parlamento dei cittadini condannati per reati gravissimi connessi alla mafia, camorra e criminalità organizzata o per corruzione o concussione». Il Cavaliere si pronuncia invece per sostenere che «ci deve essere l’esclusione degli sconti di pena per chi è recidivo e chi ha commesso reati di particolare allarme sociale».
Ieri l’Italia dei Valori ha annunciato ufficialmente che nelle loro liste non ci saranno candidati condannati in via definitiva. La proposta del PD è sulla stessa linea. Bondi la settimana scorsa aveva dichiarato lo stesso per quanto riguarda la destra, ooops, scusate, il “centrodestra”, escludendo i processi di “chiara origine politica”, precisazione già di suo di difficile interpretazione.
Tra detassazione, nucleare e un’ondata di CPT, sembra che il “popolo delle libertà” si sia dimenticato che gli italiani sono stufi di vedere il loro paese spremuto da una mandria di delinquenti.

Se in pochi giorni il PDL si è dimenticato della sua mezza promessa, non vedo come possa mantenere la sua credibilità, anche solo di facciata, fino al 13 aprile.

Basta.

Il contratto con gli italiani. Si può fare?

Berlusconi ha presentato oggi le sue «sette missioni per rilanciare l'Italia». Gli italiani non devono aspettarsi «miracoli», sostiene il Cavaliere. Rilanciare lo sviluppo, sostenere la famiglia, maggiore sicurezza e giustizia, servizi ai cittadini, Sud, federalismo, piano straordinario di finanza pubblica, sono gli obiettivi del PDL. «Ma la nostra prima promessa - sostiene Berlusconi - è che non metteremo mai le mani nelle tasche degli italiani e che abbasseremo la pressione fiscale sotto il 40% del Pil».

Forse Berlusconi ha intenzione di mettere mano al suo portafoglio per finanziare le sue “sette missioni?” Il programma di Veltroni, sostiene il Cavaliere, è “in salsa statalista il programma storico della destra”. Vorrei innanzitutto sottolineare come lo stesso Berlusconi si autodefinisca “destra”, confermando le esternazioni recenti di Mastella, Casini e Veltroni.

«Riconquistare per l'Italia una posizione di primato nello sviluppo di qualità. Si può fare. Le risorse su cui far leva ci sono, dal nord al sud». Il Partito Democratico ha sottolineato, alla presentazione del suo programma, i «quattro problemi dell'Italia»: inefficienza economica, disuguaglianza, la poca libertà di perseguire il proprio disegno di vita e la scarsa qualità della democrazia. Ha inoltre presentato i suoi «dieci pilastri» per fare un'Italia «più nuova e più veloce», annunciati da Enrico Morando, estensore del programma del Partito democratico:
1) sicurezza «prima di tutto», 2) sviluppo "inclusivo", 3) concorrenza e merito, 4) welfare universalistico, 5) educazione come ascensore sociale, 6) spendere meglio e meno, 7) pagare meno, pagare tutti, 8) diritto dell'economia che liberi le energie vitali, 9) sostenibilità e qualità ambientale, 10) stato forte e sussidiarietà.

Berlusconi, dal canto suo, ha manifestato l’intenzione di rispolverare il «contratto con gli italiani» che firmò nel 2001 in tv da Bruno Vespa, «alla fine della campagna elettorale», inserendovi le «cose principali del programma. I disegni di legge sono già pronti: quelli sull'Ici, sulla detassazione degli straordinari e su tutti gli altri argomenti previsti nel programma».
Ma, avendo entrambi i programmi a disposizione, paragoniamoli.
PD: INFRASTRUTTURE - «Primo: modernizzare l'Italia. Significa scegliere come priorità le infrastrutture e la qualità ambientale - ha detto Veltroni - per colmare il ritardo che l'Italia ha accumulato. Diciamo no alla protesta Nimby e sì al coinvolgimento e alla consultazione dei cittadini. Sì agli impianti per produrre energia pulita, ai rigassificatori, ai termovalorizzatori e al completamento della Tav».
PDL: INFRASTRUTTURE - Per rilanciare lo sviluppo dell'economia italiana, il Popolo della libertà prevede «il rilancio e il rifinanziamento della legge obiettivo e delle grandi opere con priorità alle Pedemontane Lombarda e Veneta, al Ponte sullo Stretto di Messina e all'alta velocità ferroviaria e il coinvolgimento delle piccole e medie imprese di costruzione nella realizzazione delle grandi opere». Con la riapertura di tutti i cantieri accantonati durante il governo di centrosinistra, ha aggiunto Berlusconi, «possono immediatamente prodursi 300-350 mila posti di lavoro». Nelle 12 pagine di programma elettorale è previsto anche il rilancio del trasporto aereo «con la valorizzazione e lo sviluppo degli hub di Malpensa e Fiumicino» e la «partecipazione ai progetti europei di energia nucleare di ultima generazione» oltre a incentivi all'uso delle fonti rinnovabili. «Che rimangono - ha sottolineato l'ex premier - perché sono belle».
PD: SUD - Secondo punto programmatico «è il grande obiettivo di innovazione del Mezzogiorno, della sua crescita, che è la crescita dell'Italia». Veltroni dice no a una «politica che disperda fondi in una miriade di programmi, mentre diciamo sì a una drastica e veloce revisione dei programmi europei».
PDL: SUD - «Abbiamo previsto un piano straordinario per il potenziamento delle infrastrutture, la creazione di porti franchi, una legge obiettivo per i beni culturali», dice Berlusconi. A questo si aggiunge «il contrasto particolarissimo contro la criminalità organizzata, con un piano sicurezza per la legalità».
PD: SPESA PUBBLICA - Terzo obiettivo «il controllo della spesa pubblica». Negli anni di governo della destra - spiega Veltroni - è aumentata la spesa primaria corrente, «mentre il governo Prodi ha risanato e migliorato i conti pubblici. Per questo il nostro slogan è spendere meglio, spendere meno».
PDL: CONDIZIONI DI PARTENZA - Il Cavaliere sostiene di avere «consapevolezza della situazione difficile, italiana e internazionale. Speriamo- aggiunge - che non peggiori sotto l'influsso dell'economia americana. Appena avremo responsabilità di governo vedremo qual è lo stato dei conti pubblici, anche perché si è parlato di un tesoretto che non esiste».
PD: TASSE - Il quarto obiettivo del Pd «è fare quello che non è mai stato fatto: ridurre le tasse ai contribuenti leali, ai lavoratori dipendenti e autonomi che oggi pagano troppo». Un obiettivo che si traduce nello slogan: «Pagare meno, pagare tutti».
PDL: TASSE - Il Cavaliere punta molto sulla riduzione della pressione fiscale, attraverso «l'abolizione immediata dell'Ici sulla prima casa, premi e incentivi legati agli incrementi della produttività, una graduale detassazione delle tredicesime e degli straordinari». E poi, una novità «importante», secondo il Cavaliere, sarà il versamento dell'Iva posticipato al «reale incasso della fattura» e i rimborsi da 60 a 90 giorni. Inoltre Berlusconi promette di abbattere pastoie burocratiche e fiscali di ogni tipo. Iniziative che avranno i loro effetti anche a livello locale, dove le tasse, lamenta il leader del Pdl, sono aumentate quasi ovunque. In particolare, Berlusconi cita Roma dove «mi risulta, a quanto mi hanno detto, un aumento di 474 euro annui».
PD: DONNE - Quinto punto del programma «è investire più di quanto mai sia stato fatto sul lavoro delle donne». Perché «oggi in Italia ci sono tre patologie: bassi tassi di occupazione femminile, bassa natalità e alti tassi di povertà minorile. E noi vogliamo trasformare il capitale umano femminile in un asso per la partita dello sviluppo».
PDL: NESSUNA VELINA - E le liste? «Da lunedì - dice Berlusconi - cominceremo a parlare di candidature». Il leader del Pdl, rispetto alle indiscrezioni giornalistiche secondo cui al Circolo della Libertà andrebbero solo tre seggi, ribatte: «È una cosa folle, che non esiste. Anche perché di candidature cominceremo a parlare lunedì. Veline in lista? Non ce ne saranno. Ci sarà invece posto per molti giovani, e per l'altra parte del cielo, le donne, ci sarà spazio per il 30%. Le associazioni avranno adeguata rappresentanza».
PD: CASE IN AFFITTO - Al sesto punto programmatico c'è il problema della casa. Veltroni vuole aumentare le case in affitto e la «costruzione di circa 700 mila nuove case da mettere sul mercato a canoni compresi tra i 300 e i 500 euro».
PDL: CASA - Il leader del Pdl si impegna poi a varare «un grande piano di edilizia per i giovani e per il 13% delle famiglie non proprietarie di case». Si tratta, aggiunge, di un «impegno primario che assumiamo».
PD: DOTE FISCALE - Settimo obiettivo «è quello di invertire il trend demografico mediante l'istituzione di una dote fiscale: 2500 euro al primo figlio e aiuti per gli asili nido». Veltroni ha quindi rimarcato la necessità della lotta alla pedofilia, «il più orrendo dei crimini».
PDL: QUOZIENTE FAMILIARE - Come traguardo in 5 anni Berlusconi indica quello del «quoziente familiare: chi ha dei figli deve pagare meno tasse di chi non lo ha». Per la famiglia è prevista «l’introduzione del bonus bebè di 1.000 euro che noi avevamo introdotto e la sinistra ha cancellato».
PD: ISTRUZIONE - Ottavo posto nel programma del Pd è quello dell'università. «Cento nuovi campus universitari e scolastici entro il 2010 «perché la società dovrà contare sul talento e sul merito dei ragazzi italiani».
PDL: ISTRUZIONE - Berlusconi, affrontando il capitolo scuola del programma del Pdl, rilancia poi un cavallo di battaglia della campagna elettorale del 2001, ossia le tre i: inglese, Internet e impresa. L'ex premier sottolinea che questo è da considerarsi un obiettivo importante, «non era - osserva - solo un pallino di Tremonti».
PD: PRECARIETA' - Nono punto: «la lotta alla precarietà, la qualità del lavoro e la sua sicurezza». Per Veltroni «la sicurezza sul lavoro è un diritto fondamentale della persona umana, che non può essere comprato e venduto a nessun prezzo». Quanto ai giovani precari dovranno raggiungere il minimo di 1.000 euro mensili.
PDL: GIOVANI - Non solo. Il Pdl prevede «un periodo di no tax assoluto per giovani che iniziano nuove attività imprenditoriali». La misura, già prevista nel precedente programma elettorale, sarà affiancata da altre come quella che prevede «un bonus di locazione per le giovani coppie per creare le condizioni affinché mettano su famiglia il più presto possibile».
PD: SICUREZZA - Decimo obiettivo è quello della sicurezza «perché far sentire sicuri i cittadini è uno dei principali obiettivi del Pd». Il segretario del Pd vuole maggiori fondi per le forze dell'ordine e ribadisce la certezza della pena come uno dei cardini dell'azione di governo del centrosinistra.
PDL: SICUREZZA - Sul fronte immigrazione, «aumenteremo il numero dei Centri di permanenza temporanea per l'identificazione e l'espulsione degli extracomunitari clandestini». Una volta tornato al governo, spiega Berlusconi, il centrodestra «darà più risorse e mezzi alla polizia per far ritornare le città quelle che ora non sono più dopo che la sinistra ha spalancato le porte ai clandestini extracomunitari».
PD: GIUSTIZIA - Undicesimo punto è quello della giustizia e della legalità. Ricordando le parole di Napolitano, Veltroni dice «che da troppi anni c'è uno scontro nel Paese sulla giustizia e tra politica e magistratura. Proporremo norme innovative per la trasparenza delle nomine di competenza della politica. Nel nostro ordinamento inseriremo il principio della non candidabilità in Parlamento dei cittadini condannati per reati gravissimi connessi alla mafia, camorra e criminalità organizzata o per corruzione o concussione».
PDL: GIUSTIZIA - Secondo il Cavaliere, inoltre, «ci deve essere l’esclusione degli sconti di pena per chi è recidivo e chi ha commesso reati di particolare allarme sociale». E poi «inaspriremo le pene per i reati contro le donne e i minori»
PD: INNOVAZIONE - Ultimo e dodicesimo punto è quello dell'innovazione: «Vogliamo portare la banda larga in tutta l'Italia e garantire a tutti una tv di qualità». Il segretario del Pd dice che è necessario superare il duopolio tv «e correggere gli eccessi di concentrazione delle risorse economiche, accrescendo così il pluralismo e la libertà del sistema».
PDL: ENERGIA - Berlusconi affronta anche il nodo-energia. «Penso che non ci sia alternativa se non andare in maniera decisa e immediata nella direzione di nuove fonti energetiche nucleari per l'Italia» afferma. Per il Cavaliere si tratta di superare i ritardi accumulati in questi decenni dopo la «sciagurata decisione» degli anni '70 di dire no alla produzione di energia nucleare con il referendum.

Questi i due programmi, i dodici punti “per cambiare l’Italia” del PD e le dodici pagine del PDL. Premetto che in un paio di casi l’accostamento da me proposto può essere non “ortodosso”, ma questo non deve distogliere l’attenzione dal fatto che i due candidati premier stanno parlando di qualcosa di molto serio: il futuro del nostro paese. E, dobbiamo ricordarci, per citare l’antipolitica intelligente, che loro sono e saranno “i nostri dipendenti”.

giovedì 28 febbraio 2008

Debate historico

“¿Estamos mejor?”
Stiamo meglio?

Si apre così il vis à vis di lunedì tra, Rajoy e Zapatero, i due candidati alla presidenza spagnola si affrontano in un dibattito televisivo per la prima volta dopo quindici anni. In questa domanda si riassume l’approccio del candidato del centrodestra al dibattito. Nella sua genericità si nasconde la debolezza delle “proposte” contrapposte alla politica del governo Zapatero, e nella grande forza mediatica della domanda riposano le speranze del PP, in forte recupero nei sondaggi, di giocarsi la vittoria con i socialisti.

Rajoy si risponde così: “Se chiediamo a Zapatero risponderà di sì, ma la gente non sarà d’accordo”.
Nei novanta minuti di ping-pong che seguono, entrambi i candidati snocciolano cifre, sondaggi e statistiche per sottolineare la pertinenza delle loro affermazioni, e non mancano attacchi personali, colpi bassi, e interruzioni contro le “regole del gioco”. Sull’attendibilità delle cifre, oltretutto, sono state sollevate molte obiezioni: entrambi i candidati non hanno esitato a strumentalizzare e forzare grafici e numeri, atteggiamento considerato ormai del tutto normale in democrazia.

Tuttavia ha dell’incredibile l’attacco a testa bassa di Rajoy alla politica economica e sociale del governo Zapatero. Il leader del PSOE ricorda prontamente al rivale di avere addirittura superato le richieste di crescita economica e di posti di lavoro fatte al governo dal PP a inizio mandato (Rajoy chiese una crescita del 3% annuale e 2 milioni di posti di lavoro, Zapatero rispose con una crescita del 3,5% e 3 milioni e mezzo di posti di lavoro). Zapatero sottolinea inoltre seccamente: “Non hai mai fatto opposizione sulla nostra politica economica, ma solo sull’Eta”. Rajoy non si farà scrupoli nell’accusare il governo di centrosinistra per l’aumento dei prezzi di alcuni beni dovuto al mercato internazionale, e dunque alla recessione mondiale. La feroce critica diventa controproducente nella tattica di Rajoy anche quando si addentra nelle questioni sociali. Ciò nonostante non sono tanto i contenuti a essere da sottolineare, quanto, a mio parere il linguaggio usato dai due contendenti.

Un rapido accenno alla prossemica e al linguaggio del corpo. Gli appunti e le statistiche sono per Rajoy indispensabili: per quanto abbia ben preparato lo scontro elettorale, sembra sempre aggrapparsi a cifre scovate, a sensazionalistici titoli di giornale, a curve statistiche che scendono a picco, per attaccare il suo rivale. Ben conscio del fatto che il terrorismo basco è sempre una carta da giocare. Rajoy siede rigido, gli occhi un po’ persi, le mani sempre a cercare tra i suoi appunti.
Zapatero, diversamente, guarda molto raramente tra i suoi fogli. E quando lo fa è quasi esclusivamente per rispondere alle accuse dell’avversario. Il suo sguardo non evita di fissare il suo interlocutore, la sua voce è sicura, e quando risponde a Rajoy si sporge sul tavolo che li separa, quasi lo volesse schiacciare con le sue parole. È questa una differenza che si nota fin dalle prime battute del dibattito. Sulle scelte lessicali (e connessi significati) le diversità tra i due candidati sono rilevabili senza difficoltà.

L’omogeneità degli interventi di Rajoy si scova infatti nella forma più che nei contenuti.
Praticamente in ogni suo intervento, il leader del PP si aggrappa a una terminologia confusa e demagogica, di grande impatto. Dopo l’ouverture già citata, lancia il dibattito estraendo dal cilindro “chi non arriva a fine mese”, immigrazione e sicurezza (oltre che l’immancabile lotta al terrorismo), e criticando duramente la “allianza des civilisationes” promossa dal PSOE, mettendosi così implicitamente in linea con la percezione del fenomeno migratorio e della globalizzazione come “clash of civilisations” (Huntington), una visione della realtà che necessita la demonizzazione dell’ “altro”, dunque l’intolleranza. Con tristezza mi tornano in mente le parole di Kofi Annan di un anno fa.
Il tentativo di delegittimazione delle politiche del governo Zapatero da parte di Rajoy si appoggia a uno spudorato utilizzo di sondaggi, al riferimento costante al “rincaro dei prezzi” (benché smentito a più riprese dal suo rivale), e più di una volta arriva a chiedere maggior giustizia sociale. Le parole “ordine e controllo” non mancano dal vocabolario del leader del PP, affiancate dall’“idea di Spagna”, concetto utilizzato più di una volta, che non viene specificato ma che ricorda gli appelli di Francisco Franco alla vigilia della guerra civile. Impossibile non notare, oltretutto, le grandi affinità con il linguaggio del PDL nostrano, in particolar modo il continuo riferimento allo “scontento popolare”, sulla base di sondaggi di dubbia provenienza, spesso su campioni di poche migliaia di cittadini, che rischiano di provocare una reazione a catena nelle intenzioni di voto: la “profezia che si autoavvera” mertoniana.

Nel vocabolario di Zapatero i termini più carichi di significato sono, a mio parere, “distribuire la ricchezza”, “politica sociale”, e “diritti”, ma, a differenza delle critiche dell’avversario, trovano concretezza nelle leggi e nelle misure applicate dal governo di centrosinistra. Zapatero, se attaccato, ricorda con serenità agli spagnoli l’enorme crescita economica, il tasso di disoccupazione ridotto ai minimi storici, i passi avanti sui diritti delle donne, la legge della “dependencia”, una parziale regolarizzazione dell’immigrazione irregolare, gli incentivi alle nascite, lo sviluppo della ricerca e della cultura, tutto questo senza nascondere il fatto che su altri temi, in primis la gestione del problema Eta, il suo governo non abbia saputo prendere la strada giusta. Ma non è tanto nel linguaggio, né nell’indubbia posizione di vantaggio di Zapatero, che si trova, a mio parere, il nocciolo della questione.

È l’appassionata critica allo spirito antidemocratico di Rajoy (e di ciò che rappresenta) a dare forza alle ragioni di Zapatero. Da italiano è facile credere che faccia parte delle regole della democrazia, eppure il leader del PSOE si scalda, gli occhi fissi sull’interlocutore, il volto leggermente arrossato, per dire: “siete l’unica opposizione del mondo sviluppato a non essere mai d’accordo”.
Quando Zapatero elenca a Rajoy le leggi non appoggiate dal PP incalzandolo (“non avete mosso un dito affinché gli spagnoli avessero più diritti”), quando incredulo ricorda al suo interlocutore che non bisogna strumentalizzare il terrorismo, e sottolinea a gran forza come la difficoltà di gestione del fenomeno basco dovrebbe essere affrontato da governo e opposizione insieme, quando ricorda le imbarazzanti esternazioni di disprezzo Rajoy sugli intellettuali e sulla ricerca universitaria, non sembra di vedere un candidato alla presidenza che getta acqua al suo mulino, quanto un convinto sostenitore della democrazia che cerca di arginare il desiderio di potere del suo rivale, il quale non esita a far ricorso ad ogni stratagemma e a una terminologia ipocrita pur di strappare qualche elettore al suo avversario.

Tutto questo è, a mio parere, confermato dagli interventi conclusivi, slegati dal dibattito perché ben pianificati, e illustrati con lo sguardo fisso negli occhi dello spettatore-elettore.

Rajoy sostiene di non volere il voto per sé ma per la Spagna intera, per ogni bambina che nasce, e ha diritto a una casa, a un padre con un lavoro, sostiene di volere il voto per i diritti umani, per la tolleranza e per la libertà. Facili populismi. Tolleranza verso chi? Libertà o libero mercato? Subito prima di parlare di competitività, Rajoy ha sostenuto che gli spagnoli devono essere “liberi e uguali”. Difficile non notare come le parole d’ordine utilizzate a effetto dal leader del PP arrivino da ogni campo semantico, da ogni esperienza politica, difficile non rendersi conto dell’incongruenza di fondo davanti all’utilizzazione sistematica di termini come “ordine e controllo” e “tolleranza e libertà”. Il populismo demagogico del leader del centrodestra lascia allibiti.

Zapatero conclude ricordando la crescita, chiedendo altri 4 anni per il pieno impiego, maggiori diritti, salari, lotta al riscaldamento globale, miglioramento di infrastrutture e comunicazioni. Termina il suo discorso parlando di pari opportunità.

Nella memoria collettiva spagnola, la ferita della guerra civile e del regime franchista è ancora aperta. La Spagna è ancora spaccata in due. I due candidati rappresentano questa spaccatura. Qual è la differenza tra Rajoy e Zapatero?
Il primo finge di prendere la parola negli interessi di tutti gli spagnoli, non facendosi scrupoli di sorta a parlare di giustizia sociale, di tolleranza, di libertà, di “chi non arriva a fine mese”, della “gente”. Lo fa in maniera strumentale, lo può fare perché questo è permesso in una democrazia, lo fa per strappare voti all’avversario. Ma, da che mondo è mondo, se Rajoy dovesse vincere sarebbe proprio chi “non arriva a fine mese” a stare peggio. Da che mondo e mondo, con un governo di centrodestra le disparità non diminuiscono ma aumentano, la “tolleranza” lascia spazio all’intolleranza, i “diritti” delle minoranze vengono accantonati.
La politica di Zapatero, invece, punta a un equilibrio, alla smussatura delle ineguaglianze, a uno stato sociale forte, a una sanità adeguata, a un controllo dell’immigrazione memore della grande ondata emigratoria iberica e cosciente dei diritti individuali e universali,
Visto il recupero del centrodestra nei recenti sondaggi, e l’effetto a catena che questo può provocare, non è da escludere una vittoria di Rajoy.

La tristezza che mi prende quando penso a questa eventualità mi ricorda le ultime parole di Miguel de Unamuno, rettore dell’Università di Salamanca, poco prima di lasciare la sua città in mano ai militari franchisti che controllavano ormai gran parte della penisola iberica:

“Voi vincerete ma non convincerete perchè per convincere bisognerebbe che voi persuadeste e per persuadere dovreste avere quello che vi manca: la ragione e il diritto nella lotta. Mi sembra inutile esortarvi a pensare alla Spagna.”

Laicità

Spengo la televisione. Riguardo i miei appunti. Mi manca un tassello. Da buon italiano, non capisco. Poi sono costretto ad ammetterlo: in 90 minuti di dibattito Rajoy e Zapatero non hanno mai nominato la Chiesa, né quella spagnola né il Vaticano, non hanno mai parlato di “cattolici”. La Spagna non è certo un paese meno cattolico dell’Italia.

E questo non vuol dire che i due avversari non abbiano affrontato temi “etici”, anzi. “Penso che siano etici tutti i temi della politica” ha detto Bertinotti nel dibattito con Casini la settimana scorsa. Mi trova completamente d’accordo.

Ricordo che la Chiesa spagnola qualche settimana fa si è schierata ufficialmente al fianco del PP di Rajoy, creando un vero e proprio scandalo in un paese che, per quanto cattolico, ha conquistato la vera laicità. La Chiesa parla ancora di politica, ma la politica non parla della Chiesa.

La vera laicità, quella che esiste veramente, è quella di cui non si parla neanche.

giovedì 21 febbraio 2008

Voto utile?

La profonda crisi nella quale si sta dibattendo la classe politica italiana è vista dai più ottimisti come un rinnovamento necessario, come un passo verso il tanto invocato bipartitismo o più semplicemente verso la semplificazione del parodistico mosaico di partiti che, in un intricato gioco di interessi comuni e alleanze, nascondevano il volto della classe politica italiana.

La nostra democrazia trova terreno fertile nella profonda convinzione, diffusa a tutti i livelli della società, che ogni aggregazione di individui, per quanto numericamente insignificante, abbia il diritto di essere rappresentata. È stata per questo definita “dittatura delle oligarchie”: i partiti nascono come gruppi di pressione veri e propri, e il trasformismo è all’ordine del giorno. La nascita del PD, anteriore alla caduta del governo Prodi, ha spinto il centrodestra a semplificarsi nel Popolo delle Libertà. In un momento in cui l’antipolitica sembra farsi spazio ovunque, siamo di nuovo chiamati a votare. La crisi coincide con una campagna elettorale.
Intorno ai due “poli” la frammentazione tende a semplificarsi, è vero, ma se c’è un cambiamento in questo momento di shock, è una brusca virata, che definirei antidemocratica.

Il Partito Democratico è ormai una realtà di centro, che ricorda il New Labour inglese. La laicità, come evidenzia Odifreddi nella sua lettera aperta a Veltroni, rimane una parola svuotata di contenuto nel futuro atteggiamento del partito, e anzi viene accantonata, sottolineando nel Manifesto dei Valori «la rilevanza nella sfera pubblica, e non solo privata, delle religioni».
Nello Statuto, nel Codice Etico e nel Manifesto dei Valori del PD è assente, per la prima volta nel centrosinistra italiano del dopoguerra, ogni riferimento alla Resistenza o all’antifascismo. L’eredità della sinistra è lasciata tutta in mano ai dieci punti percentuali della Sinistra Arcobaleno, unica realtà rimasta per la quale le convergenze sono in primo luogo di ordine politico e valoriale, e non un calcolo di interessi, la riserva indiana della giustizia sociale, della laicità e della pace. Il centrosinistra ha chiuso l’esperienza con la sinistra radicale.
Alla destra del PD la Rosa Bianca si propone come alternativa svuotata di contenuti ai due poli, e ha il solo effetto di confondere ulteriormente le acque e ingaggiare una battaglia per i voti degli indecisi con i due neonati partiti, ma soprattutto per i voti cattolici “puri”. In questi giorni si parla di voto utile, ma la realtà è che in questa corsa al bipolarismo si creano delle voragini ideologiche nelle quali trovano linfa vitale i vari Casini, Mastella e Tabacci. E queste realtà parassitarie, che in un sistema bipolare non hanno ragione di esistere, avranno una grande libertà di manovra quando si conteranno le schede. Quando il centrosinistra chiude con la sinistra radicale, il centrodestra chiude con il centro, diventando destra.
Il matrimonio tra Forza Italia e AN è un brusco spostamento, e all’estrema destra nasce, come all'improvviso, una pericolosa realtà neofascista, La Destra di Storace, che attacca ripetutamente il “traditore” Fini, ma è in continuo dialogo con il PDL, definito per l’appunto “troppo a destra” anche da Mastella.
Tutto questo a due settimane dall’annuncio di alcune destre europee (austriaca, francese, belga e bulgara) di creare un partito di “Patrioti Europei”, al grido “patrioti di tutta Europa, unitevi!” La gravità di questa deriva, confermata dalla guerriglia xenofoba in atto in Germania, non è da sottovalutare. L’Europa si ritiene immune da ogni forma di autoritarismo, è vero, ma è una convinzione che può essere discussa, soprattutto per quanto riguarda l’Italia. Alcuni giornalisti stranieri intravedono la possibilità che il nostro paese sia diventato il terreno ideale per l’arrivo del populismo, un populismo “sudamericano” per intenderci, incarnato nella figura del Cavaliere. Nel momento in cui il sistema democratico sta cercando di riformarsi per sopravvivere alla propria complessità, non è così assurdo temere una deriva autoritaria, nel margine di manovra concesso dalle nostre istituzioni. Il totale controllo di sei canali televisivi su sette, il parziale controllo della stampa, falsi in bilancio, conflitto di interessi e leggi “ad personam”, concorso in associazione mafiosa, e svariati altri reati sono stati gli antipasti. Rischiamo di essere arrivati al dolce.
Ritengo che la politica italiana stia toccando il fondo e debba essere ridisegnata. Sarà un processo lungo, faticoso e doloroso. Ritengo che il Partito Democratico sia solo una base, ancora ben lontana da una sua struttura, integrità e affidabilità programmatica. Ritengo una forzatura colossale questo tentativo di creare il bipolarismo-bipartitismo in due mesi, con la sola conseguenza di correre il rischio di dover poi affrontare la necessità di una grande coalizione, con la conseguente immobilità. Ma, nonostante questo, invito chi sta leggendo queste righe a una responsabilità individuale che eviti ogni sorta di compromesso etico estremamente pericoloso in questo momento delicato per la democrazia italiana. I nuovi toni pacati, la veneranda età e la storia personale del Cavaliere parlano chiaro. È forse l’ultima possibilità per lui di orientare la sfera pubblica al servizio del suo impero mediatico e finanziario, per dare un’ultima spallata al nostro paese.
Il mio non è un discorso politico, ma etico. Il servilismo è diventato una virtù in un paese che non crede più in niente, la corruzione dilaga, non c’è rispetto per la vita dei lavoratori, l’evasione fiscale, per quanto combattuta dal governo Prodi, è ancora vergognosa. Berlusconi ha recentemente sostenuto a Porta a Porta che la lotta all’evasione fiscale frena i consumi, per iniziare a riguadagnare un po' di consenso.
Proprio perché siamo il paese della corruzione, del nepotismo e delle tangenti, proprio perché la politica è marcia, proprio perché ognuno sa come funziona, è inaccettabile andare a votare il simbolo di questo sistema, colui che lo incarna.


Dobbiamo decidere se lasciarci sopraffare dalla sola sensazione che ci lascia questa politica, lo schifo, o se dobbiamo cercare delle risposte.
Non credo che questa "sinistra" abbia bisogno dell'antiberlusconismo per trovare la sua identità.
Credo che ne abbia bisogno il paese. Credo che dopo quattordici anni sia giunto il momento di voltare pagina. Di darci un'altra possibilità.